
Il dibattito su fede e filosofia nel tredicesimo secolo.
I termini della questione.

    Il problema del rapporto fra cristianesimo e filosofia greca -
che aveva caratterizzato la riflessione degli antichi Padri della
Chiesa - si ripropose alla fine del Medioevo. All'inizio del
tredicesimo secolo comparvero le traduzioni dall'arabo delle opere
di Aristotele, alle quali seguirono, in un breve arco di tempo,
quelle dal greco. Ben presto, nonostante dubbi e perplessit
dell'autorit ecclesiastica, l'influenza dell'aristotelismo crebbe
fino a imporsi nelle universit di tutta Europa, compresa la pi
prestigiosa, quella di Parigi.
Mano a mano che si approfondiva l'analisi dei testi di Aristotele
e dei suoi commentatori greci e arabi, soprattutto di Averro
(1126-1198), ci si rese conto che su alcune questioni di fondo la
dottrina aristotelica divergeva profondamente da quella cristiana
(soprattutto riguardo alla creazione e riguardo alla natura
dell'anima umana). Ma ormai l'aristotelismo si era imposto in
maniera tale da essere considerato la massima espressione della
razionalit umana, e Aristotele il maestro di color che sanno,
come dice Dante nella Divina Commedia (Inferno, quarto, 131). Il
dibattito che si svilupp nelle scuole di teologia si propose di
far luce proprio su quelle dottrine del filosofo che parevano
essere in disaccordo con la rivelazione cristiana. Il problema 
lo stesso affrontato dall'antica Patristica:  possibile che
esista un contrasto insuperabile tra la ragione filosofica (di cui
Aristotele era il massimo esponente) e la Verit rivelata? Le
risposte furono di tre tipi

La doppia verit.

    Il primo tipo di risposta nasce all'interno dall'averroismo
latino, una corrente filosofica che si ispirava a un grande
commentatore di Aristotele, il filosofo arabo Averro. Il pi
illustre esponente di questa corrente fu Sigieri di Brabante (1235-
1282). Si tratta della dottrina della doppia verit: esiste una
verit per la ragione, che coincide con le dottrine di Aristotele,
e una verit per la fede, espressa dalla rivelazione cristiana

Dottrine inconciliabili.

    Il secondo tipo di risposta  costituito dalla posizione
sostenuta dalla scuola francescana a cominciare da Bonaventura.
Discepolo di Francesco e prestigioso biografo del poverello di
Assisi, Bonaventura da Bagnoregio (1217-1274) prese nettamente
posizione contro Aristotele. Il punto centrale della critica di
Bonaventura riguarda la creazione. Francesco aveva dimostrato con
l'esempio che era possibile scorgere l'impronta del Creatore in
ogni creatura. Questa intuizione era poi diventata un caposaldo
della scuola francescana di Parigi. Come teoria filosofica essa
prese il nome di esemplarismo, perch vedeva in Dio la presenza di
exempla (le idee) di tutte le cose. Bonaventura l'aveva fatta
propria, sottolineandone l'aspetto estetico, convinto, come
Francesco, che la bellezza del creato  testimonianza del suo
Creatore: Laudato si' mi' Signore ....
La dottrina aristotelica affermava che il mondo  eterno e che Dio
 puro pensiero che pensa se stesso, non ha creato il mondo e
non lo ama. Secondo Bonaventura ci faceva di Aristotele un
pensatore lontanissimo dal cristianesimo, dal momento che negava
uno stretto rapporto Creatore-creature. Per il filosofo
francescano Dio non era puro pensiero, ma una persona che ama e
pone l'amore al di sopra di tutto, anche della ragione; egli
arriv ad affermare che le sue ragioni [di Aristotele] non
valgono nulla.
La concezione personalistica di un Dio che  prima di tutto amore
impone di attribuire alla libert una importanza tale da mettere
in discussione il primato della razionalit - che era stato un
caposaldo del pensiero greco-: si pu amare solo se si  liberi.
Per chiarire l'importanza di questo punto bisogna tener presente
che nella cultura greca al di sopra della libert umana vi era il
Destino, divinit pi potente degli stessi di. Per i cristiani la
libert si pone ad un livello pi profondo, non solo come libert
di avere e di fare ma anche come libert di essere (come risulta
evidente dall'importanza data alla conversione, la quale
presuppone appunto una vera libert ontologica).
Bonaventura distingue quattro modi di essere che appartengono
all'uomo come possibilit: lo status naturae integrae, lo status
naturae lapsae, lo status viae e lo status patriae. La nostra
situazione normale  lo status viae, ma in noi sono presenti in
potenza anche gli altri. Inoltre egli antepone alla definizione
aristotelica dell'uomo come animale dotato di ragione quella di
 totum potentiale  nella quale il primato  dato alla libert
(di essere). Esso consente di superare la concezione greca del
Destino e di dare un valore assoluto ad ogni individuo in quanto
essere ontologicamente libero.
La ragione epistemica tende per sua natura ad inserire il
particolare nell'universale, perch del particolare non si d
scienza (Aristotele). La distinzione aristotelica fra substantia
e accidens esprime in modo esemplare questa riduzione logica
dell'individuo ad accidens. Da qui le difficolt di Aristotele e
dei suoi commentatori, in particolare Averro, di dimostrare
l'immortalit dell'anima individuale.
Consci di queste difficolt i filosofi francescani, a cominciare
da Bonaventura, proponevano una concezione della ragione pi
articolata e complessa, in grado di porsi come alternativa anche
all'ideale del theoretiks bos. Essi facevano riferimento ad una
ragione aperta al Creatore, alle creature, alla vita e in
particolare all'esperienza della bellezza (ragione estetica).
Su questa traccia si muovono gli altri due grandi filosofi della
scuola francescana: Giovanni Duns Scoto (1265-1308) e Guglielmo di
Ockham (1280-1349). Duns Scoto  definito il filosofo del
volontarismo, anche se nel suo pensiero il primato della volont,
e quindi della libert,  temperato dall'azione illuminante
dell'intelletto, se riferito all'uomo, e in pi da un profondi
sentimento d'amore, guando riguarda Dio. Il doctor subtilis (cos
veniva chiamato Duns Scoto) sottolineava quelle lacune che
collocavano il pensiero greco a una grande distanza dal
cristianesimo: la mancanza della libert ontologica (libert che
consente all'uomo di essere responsabile del proprio essere e del
proprio destino); l'incapacit di dare un fondamento razionale
alla dottrina - essenziale per il cristianesimo - dell'immortalit
dell'anima personale.
Rifiutando il dominio assoluto della razionalit epistemica,
propria dell'aristotelismo latino, Duns Scoto valorizzava
l'intellezione intuitiva, che  in grado di cogliere la natura
comune delle cose pur preservando la loro specificit individuale,
cio la loro individualit sostanziale.
Il terzo grande filosofo della scuola francescana, Guglielmo di
Ockham, apparteneva all'ala spiritualista del francescanesimo, in
lotta contro il potere temporale della Chiesa avignonese. Ockham
era favorevole a una Chiesa intesa come comunit dei credenti e
in linea con la scelta francescana della povert evangelica.
Rispetto al pensiero di Aristotele la posizione di Ockham  di
rifiuto radicale: l'aristotelismo non  in alcun modo utile alla
comprensione delle verit di fede, perch non  in grado di
dimostrare nulla, e tanto meno l'esistenza di Dio.
Ockham affermava che Dio non  definibile come intelligenza, ma
come volont. Dio  la volont assolutamente libera, che sceglie
non solo di conformarsi alle leggi della natura, da lui stesso
stabilite, ma che pu anche infrangere l'ordine del creato, come
avviene nel caso dei miracoli. Dal rifiuto del razionalismo in
campo teologico Ockham deduceva che le leggi della natura e le
regole della logica non hanno un valore assoluto e che tutto 
contingente di fronte all'onnipotenza divina. Il razionalismo
della Scolastica veniva rifiutato in nome di una netta separazione
fra ragione e fede

La conciliazione  possibile.

    Il terzo tipo di risposta  quello di Tommaso d'Aquino. Per
quanto riguarda il rapporto fede-ragione, il doctor angelicus
(cos egli viene chiamato nella tradizione scolastica) sosteneva
che le verit di fede non sono evidenti alla ragione, ma era anche
convinto che nulla di quanto  affermato dalla fede cristiana pu
essere falso o in contraddizione con la ragione e che, anzi, la
ragione pu essere di aiuto per una maggiore comprensione delle
verit di fede. In ogni caso nessuna verit di fede  confutabile
con la ragione, proprio perch tra ragione e fede non pu esservi
contraddizione. Quindi erano da prendere in considerazione solo
due possibilit: concordia e non discordia.
Tommaso apprezz la filosofia di Aristotele per il modo in cui vi
era affrontato il difficile problema del movimento, caratteristica
fondamentale di tutte le cose che sono in natura. Il filosofo
inseriva la dottrina aristotelica della potenza e dell' atto in un
contesto pi ampio, in cui, attraverso la caratteristica del
movimento e del divenire, metteva in evidenza la radicale
contingenza ontologica di tutti gli esseri. Tommaso elabor questa
nuova dottrina utilizzando i concetti di ente e di essenza.
L'essenza appartiene alla categoria del possibile, perci non ha
in s la ragione sufficiente della sua esistenza, cio di divenire
un ente reale; questa possibilit necessita dell'atto creativo di
Dio. In questo modo Tommaso riusc nel difficile compito di
conciliare il pensiero di Aristotele con la dottrina cristiana
della creazione. Data questa premessa, egli arriv poi a tracciare
una grandiosa concezione della realt, un ordo entis razionale
onnicomprensivo, che  stato paragonato alle grandi cattedrali
gotiche del suo tempo.
Nel 1272 la Chiesa condann il razionalismo radicale per le sue
conseguenze necessaristiche e deterministiche. Nell'elenco delle
proposizioni condannate comparivano anche alcune affermazioni
tratte da opere di Tommaso.
L'affermazione del tomismo (cio della filosofia di Tommaso) pu
essere spiegata in vari modi. A noi piace sottolineare, come
causa, l'ostinato concordismo che caratterizza tutta la cultura
medioevale: i dottori della Chiesa erano convinti che le
differenze dottrinarie fossero secondarie e che sarebbero state
presto dimenticate. Questo ottimismo sar duro a morire e
risulter ben presente ancora alla fine del Cinquecento, sia in
campo cattolico sia in quello protestante. Il fallimento dei
tentativi di conciliazione fra cattolicesimo e protestantesimo
comport anche la fine di un'epoca prestigiosa ed affascinante
della storia della filosofia, che aveva creduto possibile
raccogliere tutti i filosofi del passato e del presente,
cristiani, musulmani, ebrei e pagani in un'unica grande famiglia,
proprio come li immagina Dante nella sua Commedia

